MORAVIA Alberto - La noia

Pubblicato nel 1960, Premio Viareggio nel 1961, “La noia” è il pannello di mezzo di un trittico ideale, che ha inizio con “Gli Indifferenti” e si chiude con “La vita interiore”. Romanzo dalla prosa incisiva, è un ritratto spietato dell’alienazione sociale e di quel vuoto morale tratteggiato dall’autore nel primo romanzo, che qui è portato alle estreme conseguenze.
Storia di un disagio esistenziale, di una serie di fallimenti e delusioni, il romanzo narra l’esperienza di Dino, che, nei panni d’artista, di uomo e di amante, si scontra con l’impossibilità della realtà:
“Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà”. Così il protagonista definisce la “noia” che lo affligge sin da quando era bambino, causandogli difficoltà negli studi e che ora, in età adulta, diventato pittore, gli impedisce di dipingere. Imputando l’origine della noia alla sua ricchezza e alle cure materne, Dino abbandona la casa sulla via Appia per trasferirsi in uno studio in via Margutta: qui avvengono gli incontri amorosi con Cecilia, ex amante di Balestrieri, un pittore più anziano che è per il giovane modello ed alter ego. Pure la relazione con la donna amata, che si riduce al solo sesso, è vissuta dal protagonista come un sentimento morto, vuoto, finché la ragazza non trova un altro uomo.

Alberto Moravia è lo pseudimo di Alberto Pincherle; Roma, 1907-1990
Non compie studi regolari perché, colpito a nove anni da una tubercolosi ossea, trascorre oltre un decennio in sanatorio, ove dedica il tempo alla lettura. Dopo alcune collaborazioni alla rivista “900” di Bontempelli, debutta con quello che, a parere di più di un critico, resta il suo romanzo più significativo, “Gli indifferenti” (1929). Nel mettere in scena l’atonia spirituale, il torpore morale, la sessualità morbosa e sfatta di personaggi della borghesia egemone,egli mina alle fondamenta l’oleografica rappresentazione della “sanità morale” della nazione, rivendicata dal fascismo quale risultato dell’imperante “ordine”. Sul piano dei contenuti, l’autore ritorna sul personaggio dell’inadeguato a vivere,ricollegandosi alla tradizione letteraria di uno Svevo o di un Borgese; sotto il profilo formale, infine, sperimenta per la prima volta la propria prosa fredda, simile ad un referto medico, in manifesto contrasto con quella di derivazione solariana.
La successiva - e copiosa - produzione moraviana si muoverà costantemente lungo i sentieri tracciati dal suo eccezionale esordio. Non molti sono, tuttavia, i suoi lavori che risaltano per originalità d’ispirazione: il meglio è forse rinvenibile in alcuni racconti (“Delitto al circolo del tennis”, “Inverno di malato”), nel romanzo breve “Agostino” (1944), storia dell’iniziazione sessuale di un adolescente, caratterizzata da aperture liriche alquanto insolite, ne “La ciociara” (1957, il suo “omaggio di romanziere alla resistenza”), abitato da una figura positiva, capace di sacrificio per un’ideale. Autore inoltre di testi teatrali, di reportage di viaggio, di recensioni cinematografiche (è stato dal 1955 sino alla morte critico del settimanale “L’Espresso”), egli ha di continuo esercitato un ruolo d’intellettuale militante, intervenendo attraverso la stampa sui più diversi argomenti: ne sono testimonianza i saggi riuniti ne “L’uomo come fine” (1963), testo nodale del dibattito culturale per svariati decenni.

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